Attila e il papa

Rubrica di storia. Sottorubrica di aneddoti storici inventati.

Ci sono degli avvenimenti della storia che non ci è dato conoscere, perché non ci sono le fonti e non si sa cos’è successo. Un esempio è l’incontro di Attila con il papa Leone Magno, tenutosi nell’anno quattrocentocinquantadue dopo Cristo da qualche parte sulle sponde del fiume Mincio, vicino a Mantova. Attila voleva conquistare Roma. Il papa lo convinse a tornare indietro. Sì, ma come? Cosa si dissero? Cosa successe? Perché? Perché il feroce condottiero decise di rinunciare?

Fino ad oggi non si sapeva. Adesso si sa.

«Sua Santità, eccoli, i barbari stanno arrivando!»
«Prepariamoci ad accoglierli.»

Nell’antichità, tali ambascerie potevano svolgersi sotto a una tenda da campo, per esempio, alla presenza di diplomatici dell’una e dell’altra parte. Il re degli Unni si presentò con una delegazione di quattro cavalieri. Scese da cavallo. Era piuttosto basso, con una testa grande e un largo torace. Il naso piatto, la barba lunga e la carnagione scura. I suoi lo aspettarono fuori. Varcò la soglia, posò la spada, si grattò il didietro, baciò l’anello del papa e si accomodò sulla panca.

«Buongiorno Attila.»
«Buongiorno Santo Padre.»

Com’era costume, si fecero i convenevoli. Si parlò per qualche minuto del più e del meno, del viaggio, del meteo, degli acciacchi dell’età, degli Ostrogoti, dei Visigoti. Poi si venne al punto.

«Attila, veniamo al punto.»
«Volentieri.»
«Se ho capito bene, voi, Unni, minacciate di invadere Roma.»
«Sì.»
«E di saccheggiare la penisola.»
«Corretto.»
«Con ferocia sanguinaria e ogni brutalità.»
«Una macelleria.»
«E cosa chiedete per rinunciare?»
«Oro.»
«Quanto?»
«Mille.»
«Mille cosa.»
«Mille milioni.»
«È una quantità impressionante.»
«Lo so. Siamo disumani.»

Il papa fece un sospiro.

«Vede Attila, l’Impero Romano non versa in buone condizioni. Tant’è che hanno mandato me a contrattare al posto dell’imperatore.»
«Mi sembra un po’ una scusa.»
«Poi ci sono altri barbari che pressano ai confini.»
«Tipo?»
«Tantissimi. I Burgundi, gli Alani, i Vandali, i Gepidi, gli Antani, i Bastarni, i...»
«Sono tutti nomi veri?»
«Sì.»
«Lo giuri.»
«Non si giura.»
«Dai, papa. Gli Antani?»
«Esistono.»
«E dove vivono?»
«In Dacia.»
«Dov’è la Dacia?»
«Vicino alla Pannonia.»
«Dov’è la Pannonia?»
«Ma che siamo, a scuola? Che ne so dov’è la Pannonia.»
«Comunque i barbari scappano da noi. Modestamente.»

Attila fece roteare due volte la mano intorno all’orecchio, come per dire: “Non so se rendo”.

«Quindi? Che vogliamo fare?»
«Il papa è lei. Faccia una proposta.»
«Attila, la verità è che non c’è budget.»
«Neanche cento milioni?»
«No. Non dipende da me. Ci sono le spese per l’esercito, le infrastrutture, la corte. Non ci stiamo dentro. Il sistema fiscale è al...»
«Un milione?»
«No Attila, no. Ho le mani legate.»
«E che si fa?»
«Che ne so.»
«Vi ammazziamo?»
«Ma no.»
«Vi caviamo le budella?»
«Per cortesia.»
«Vi impaliamo, perché sia d’esempio a…»

Attila si fermò di scatto e sgranò gli occhi. Impietrito.

«Cos’è quello?!»

Dall’ingresso della tenda era spuntata un’adorabile creatura che il barbaro non aveva mai visto in vita sua, si era accucciata placidamente sotto al tavolo e si stava leccando una zampa.

«Cos’è quello?!»
«È la mia cagnolina.»

Attila la fissava, incuriosito, senza dire niente. Poi chiese.

«Si cavalca?»
«No.»
«Si mangia?»
«Decisamente no.»
«E che si fa?»
«È un animale domestico.»
«In che senso?»
«Fa compagnia.»
«E a cosa serve?»
«A niente. Scodinzola. Salta. Sbava. Fa cose.»
«Tipo?»
«Stia a guardare.»

Il papa indietreggiò con la sedia.

«Briciola, qua la zampa!»

Briciola eseguì. Attila era esterrefatto.

«Impressionante.»
«Briciola, fai la capriola!»

Briciola eseguì.

«No vabbè. Posso toccarla?»
«Può accarezzarla. Niente violenza.»

Il flagello di Dio accarezzò dolcemente Briciola, mentre lei strofinava la testa contro la sua gamba.

«Si può anche tirarle un bastone.»
«Addosso?»
«Ma no! Si tira lontano e lei lo riporta.»
«La voglio.»
«Non esiste.»
«Papa, la voglio. Mi dica il prezzo.»
«Non si vendono i cani.»
«Perché?»
«Sono i migliori amici dell’uomo.»

Attila si grattò il mento, pensieroso.

«Cento milioni.»
«No. Attila, no.»
«Cinquecento.»
«Non posso, davvero. È un cane di razza.»
«Quale razza?»
«È una meticcia incrociata con un bastardino di Tor Pignattara.»
«Allora facciamo mille.»

Sua Santità si schiarì la voce.

«Mille milioni.»
«Va bene.»
«E in più vi ritirate.»
«Affare fatto.»

Si strinsero la mano. Attila si alzò e afferrò Briciola per le orecchie, sollevandola.

«Ma che fa?! Guardi che non è un coniglio.»
«E come si prende?»

Papa Leone sbuffò e scosse la testa.

«Allora Attila, mi ascolti bene.»
«Mi dica.»
«Per prima cosa ci vuole il guinzaglio. E il collare con la medaglietta con il nome del proprietario.»
«Posso scrivere “Attila re degli Unni il flagello di Dio”?»
«Va bene. Cosa le darà da mangiare?»
«Fieno?»
«Non è un cavallo. Mangia le crocchette, è abitudinaria.»
«Ok.»
«E poi va spazzolata perché perde i peli.»
«Non c’è problema.»
«Bisogna farla giocare, se no si annoia e inizia a mordicchiarsi le zampe e le viene l’irritazione.»
«Posso cambiarle il nome?»
«Cioè?»
«Mi piacerebbe chiamarla Günther.»
«No. Ha due anni, è una femmina, risponde al nome di Briciola.»

E fu così, tra una raccomandazione e l’altra, che Attila e Leone Magno si congedarono. L’Impero Romano era salvo, almeno per qualche anno. Il feroce condottiero montò a cavallo e fece per allontanarsi, quando sentì il papa che lo chiamava.

«Attila?»
«Mi dica.»
«Mi raccomando, i suoi bisogni li deve raccogliere con il sacchettino. Non li lasci per terra!»

Attila si fermò, girò il cavallo, un po’ indispettito, e replicò.

«Guardi che siamo barbari, mica incivili.»

Barbara luna, rosso scudo
il re degli Unni guardava Roma
uomo di poca fantasia
lui la scambiò per una stella.

[Antonello Venditti, Attila e la stella, 1975]

Con questo, per oggi, abbiamo finito.
Un caro saluto.

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