Lettera a una professoressa
Cara professoressa,
ti ho amata fino a ieri. Ti ho amata fin dal primo collegio docenti, tenutosi in data quattro settembre dell’anno testé passato. Lo ricordo bene. Varcavo la soglia dell’aula magna alle ore diciassette e ventotto con la mia borsa a tracolla, ti ho vista, eri seduta in fondo fra le colleghe di lingue straniere. E ti ho amata. Perdutamente. Fin dai primissimi punti all’ordine del giorno.
L’ho raccontato agli amici del paese, poiché mi avevano domandato: «Narraci dunque del tuo novello officio di professore in terra straniera. Vi son leggiadre e mirabili fanciulle fra codeste maestre emiliane?». [N.D.R. Non sono testuali parole, ci tengo a mantenere un minimo di decoro in questo blog.]
«Orbene sì» ho risposto, «ve n’è alcuna avvenente, ma una donzella è graziosa e soave sopra tutte le altre.» [N.D.R. Queste sono testuali parole, io mi esprimo così anche nella vita reale.]
E così, cara professoressa, ho cantato le tue lodi, ho raccontato dei tuoi capelli color dell’oro, ti ho paragonata alla Laura di Petrarca, alla Beatrice di Dante, gentile e onesta e presenza salvifica, e già mi immaginavo di scrivere un poema di centomila versi endecasillabi per glorificare la tua bellezza e consacrarla nei secoli a venire. Ti amavo. Ti amavo sopra a ogni cosa. Ma ora non più.
È successo tutto in pochi secondi. Ieri mattina. Nel seminterrato, dove ci sono le macchinette del caffè. Proprio dove i professori si ritrovano per bere il caffè davanti alle macchinette del caffè. Sono sceso per prendere un caffè con la mia chiavetta per le macchinette del caffè e ti ho vista, davanti alla macchinetta del caffè che bevevi il tuo caffè. Da sola. Mi hai salutato. E subito sei corsa via col tuo caffè.
«Che strano» ho pensato io, «di solito si fermava a parlare.»
Poi ho capito. Ho capito perché non ti sei fermata a parlare e sei scappata. Mi sono avvicinato alla macchinetta del caffè e quando stavo per premere il tasto del caffè macchiato ho capito tutto. È stata questione di un attimo. Ti sei lasciata andare, ti sei liberata di un peso. Di un peso insostenibile. Hai voluto affidare all’aere il tuo messaggio segreto.
Cara professoressa, in altre circostanze ti avrei detto: capita. Stai tranquilla. Capita a tutti. Non ti devi preoccupare. Perfino il mio amato Dante cita la trombetta e tutti si ricordano che cosa significa. Ma tu no. Tu hai un problema che prima o poi dovrai affrontare con un gastroenterologo.
Il mio povero, malcapitato naso è stato travolto da un miasma, da un tanfo mefitico, da un fetore devastante e abominevole, dalle esalazioni infernali delle fogne di Mumbai, da una fragranza nauseabonda di trincee, prigioni filippine, tomba di Tutankhamon, solfatare e formaggi francesi.
Ma che ti sei mangiata di prima mattina? Ma poi perché non sei andata al bagno dei docenti, che è lì accanto? Sei stata ottimista? Ti sei presa il rischio e hai pensato che non sarebbe sceso nessuno? Che profumasse?
Mi hai riportato con la mente ai tempi del campo scuola con il prete quando eravamo in dodici in una stanza. O anni dopo, quando sono andato con mio zio a vedere che bonificavano le paludi.
Mi hai spezzato il cuore. Mi hai spezzato il naso. Non potrò dimenticare. Mai.
E così, questo è quanto. È la storia triste di un amore, di un amore breve, durato poco meno di tre mesi e spazzato via, improvvisamente, da una flatulenza non corrisposta.
...un amore leggero come un venticello. Presto destinato a finire
RispondiEliminaUno sbuffo, un colpo d'aria...
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