Il paté di fegatini e altre storie dell’orrore

Scrivere un quarto d’ora abbondante, tutti i giorni, fa bene alle articolazioni delle dita. Anche in mancanza di ispirazione. Da quando G. mi ha dato questo consiglio, io scrivo tutti i giorni un quarto d’ora abbondante. Oggi parlo della Coop.

Ero alla Coop. Perché in questo paesino fuori dalla grazia di Dio dove vivo c’è solo la Coop. Ho fatto anche la tessera della Coop. Sono arrivato da poco in Val d’Arda ma tutti sanno che sono il nuovo professore di lettere, sanno dove vivo, da dove vengo, chi è il mio medico curante, la mia pizzeria preferita e la mia pizza preferita, che sarebbe la quattro formaggi più il quinto formaggio, il Brie, con aggiunta di wurstel e funghi freschi.

In questo borgo ai margini della civiltà paesino tutti sono parenti di tutti e hanno il controllo completo e totalizzante di ciò che succede entro i confini del Comune. Tipo i Quartieri Spagnoli di Napoli o la Stasi.

Insomma, ero alla Coop e giravo tra gli scaffali. Cercavo, nella fattispecie, un barattolo di patè per il crostino toscano, in sconto del trenta per cento ma comunque decisamente al di sopra delle mie possibilità economiche. Perché io sono fatto così. Sono matto totale. Ho le mie priorità. Mi va il patè di fegatini? Lo prendo, così d’istinto. Senza rimorsi.

In fondo alla corsia, accanto alle scatolette di salmone grigliato, scorgo una vecchia signora anziana che mi sta fissando. Mai vista prima. La corsia ricorda il corridoio dell’hotel di Shining. Lei pare la madre di Psycho imbalsamata. Mi fissa. E lentamente si avvicina. Mi fissa, con la testa leggermente inclinata in avanti come l'insetto stecco australiano, come Carrie nel film Carrie e lo sguardo di Satana.

Io infilo la mano nello scaffale, in fondo, perché di patè c’è rimasto un barattolo solo. Ma con la coda dell’occhio sbircio, perché la vecchia ammuffita signora anziana avanza. Mi passa di fianco, si ferma, mi fissa insistentemente. Io sto per gridare o per darle una ginocchiata in faccia ma mi trattengo. Lei schiude le labbra. E, con un sibilo che ricorda Osho o Gollum de Il Signore degli Anelli, mi saluta.

«Buonasera professsssssssore.»

A quel punto, terrorizzato, lascio il patè e scappo. Da allora ho cambiato supermercato. Vado alla Conad, che è nel Comune limitrofo, a dodici chilometri da casa mia. Ho fatto la tessera della Conad. Il paté di fegatini ce l’hanno anche lì. È di una marca diversa ma è buono uguale. A volte lo mangio così col cucchiaino, senza pane. L’ho detto, sono matto come un cavallo.

È passato un quarto d’ora abbondante.

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