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Poesie senza pretese

Le composizioni che seguono fanno parte di una raccolta poetica intitolata La luce in fondo al frigo . Il mobile bar Di fianco al portone d'ingresso, nel salotto, c'è un mobile bar, di forma semicircolare, con il rivestimento di legno, che se non sbaglio si chiama rattan intrecciato. C'è un vano portabottiglie, ma non ci sono bottiglie, solo dei fogli, un paio di cesoie e un piccolo ventilatore. È da un mese che sta lì. Occupa spazio, mezza parete, tanto che il tavolino con la televisione resta schiacciato in un angolo. Andrebbe spostato in una delle stanze da letto ma mi serve una mano, da solo è difficile, rischio di rigare il pavimento, e comunque non so se ci passa dalla porta. Tra l'altro sono astemio. La moca Mi serviva una moca perché quella che c’era in casa era rossa a forma di cuore. Così sono andato in ferramenta e ho chiesto una moca. Guarda, mi ha detto la tipa, ho solo una moca da uno, ma non è di marca. Lei ha notato che ero perplesso, perché volevo quell...

Attila e il papa

Rubrica di storia. Sottorubrica di aneddoti storici inventati. Ci sono degli avvenimenti della storia che non ci è dato conoscere, perché non ci sono le fonti e non si sa cos’è successo. Un esempio è l’incontro di Attila con il papa Leone Magno, tenutosi nell’anno quattrocentocinquantadue dopo Cristo da qualche parte sulle sponde del fiume Mincio, vicino a Mantova. Attila voleva conquistare Roma. Il papa lo convinse a tornare indietro. Sì, ma come? Cosa si dissero? Cosa successe? Perché? Perché il feroce condottiero decise di rinunciare? Fino ad oggi non si sapeva. Adesso si sa. «Sua Santità, eccoli, i barbari stanno arrivando!» «Prepariamoci ad accoglierli.» Nell’antichità, tali ambascerie potevano svolgersi sotto a una tenda da campo, per esempio, alla presenza di diplomatici dell’una e dell’altra parte. Il re degli Unni si presentò con una delegazione di quattro cavalieri. Scese da cavallo. Era piuttosto basso, con una testa grande e un largo torace. Il naso piatto, la barba lunga...

Oroscopo di settembre

Rubrica di astrologia. Sottorubrica: oroscopo degli insegnanti. L'energia planetaria di questa settimana di settembre promette svolte inaspettate. Marte è propizio. È il momento ideale per piantare i semi del futuro. Mercurio è gasatissimo. I movimenti astrali suggeriscono di lasciare andare le zavorre e guardare avanti. Venere non si tiene. Ma vediamo nel dettaglio ciascun segno zodiacale. Coordinatore di classe . Semina bene e raccoglierai i moduli delle deleghe, della privacy e dell’uscita autonoma. Italiano . Se il periodo è difficile, cerca di semplificare le proposizioni subordinate. Matematica . Quando ti poni dei limiti dimentichi che il limite superiore di una successione è il più piccolo tra i suoi maggioranti asintotici. Inglese . Fai attenzione ai falsi amici. Francese . Ti hanno spezzato la cattedra, ma lamentarti non serve a nulla. Vai dal falegname. Tecnologia . Smetti di guardare le cose dalla solita prospettiva assonometrica. Arte . Nella vita non è tutto bianco o ...

Lo snobismo del congiuntivo

Rubrica di grammatica. Sottorubrica: i verbi. Nell’italiano esistono sette modi verbali: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, infinito, participio e gerundio. Esprimono l’atteggiamento di chi parla. Poi, ogni modo ha i suoi tempi, che indicano quando si svolge l’azione: nel presente, nel passato o nel futuro. Personalmente trovo che usare il congiuntivo, nel duemilaventicinque, sia da pazzi. Anacronistico. Di cattivo gusto. E un po’ altezzoso. Ragionando in una prospettiva di linguistica storica, infatti, possiamo affermare che il congiuntivo sia destinato a sparire. A soccombere. Prima o poi. Magari non domani. Ma fra cento anni si userà solo l’indicativo e si dirà come dicono i bambini: “facciamo che io ero”, oppure “se avevo fame, mangiavo”, “se giocavamo bene avevamo vinto”. Perché il congiuntivo è inutilmente complesso. E ambiguo. La lingua si evolve e tende alla semplificazione. Inoltre – lo sanno in pochi – esistono dei congiuntivi pericolosi. Vi avverto. Non legge...

Onora il padre e la MAD

I docenti precari non credono in dio. O meglio. Il dio dei supplenti non è cattolico, non è protestante, non è Buddha, Vishnu, Odino, Osiride. Ma allora, direte, credono in qualcosa? Certo. Eccome. I docenti precari seguono tutti la stessa religione. Sono devoti praticanti. Pii ed osservanti. Zelanti come i monaci benedettini. Credono in un essere supremo, l’ente originario, eterno, onnipotente, inappellabile e ineluttabile, creatore e ordinatore del loro destino: l’algoritmo delle graduatorie. Neanche Giove, il re degli dei, può evitare ciò che è sancito dall’algoritmo delle graduatorie. L’algoritmo fila il filo della vita. Misura e taglia. Taglia e misura. Se l’algoritmo decide che dal primo settembre vai in quel paese, in quella scuola, tu ci vai. E stai zitto. E ci resti fino al trenta giugno, o al trentuno agosto, se ti dice bene. Se ti manda di qua t’innamori della prof. di musica e metti su famiglia. Se ti manda di là sarai solo come un cane. Per sempre. E stai zitto. Sliding do...

Prologo. Il disagio.

Se io fossi un dittatore, sarei un dittatore buono. E come primo provvedimento metterei al bando una serie di cose che mettono a disagio le persone. Premessa. Diamo una definizione di disagio, giacché il termine sarà ampiamente utilizzato in questo blog. Il disagio è un concetto ben preciso, tuttavia sfuggevole, dalle molteplici sfaccettature, sebbene unitario. In tante occasioni si potrebbe dire: “che disagio”. Ma, per poterlo dire con cognizione di causa, devono verificarsi tre presupposti. Primo. La situazione genera un lieve imbarazzo, suscita un senso di fastidio e l'impressione che ci sia qualcosa di sbagliato. Secondo. Chi osserva la situazione vorrebbe trovarsi da un'altra parte, prova un sentimento di bonaria commiserazione per le persone coinvolte ma anche, reciprocamente, di autocommiserazione, in quanto osservatore e partecipe suo malgrado di quel disagio. Terzo. Nel dire “che disagio” non c'è l'intenzione di giudicare niente o nessuno. Tantomeno di offender...