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Persone sbragone

Giacché nell’articolo precedente si parlava di Walker Texas Ranger e di quanto fosse sbragone, mi pare sensato definire “sbragone”. Trattasi dell’equivalente emiliano e lombardo dell’italiano “smargiasso”, che a sua volta deriva da un termine greco che indica una persona che fa un rumore esagerato, un frastuono. “Sbragone” indica qualcuno che si cala le brache, che si lascia andare, senza contegno. Sono tante, tantissime, le sfumature del gradasso, del fanfarone, del millantatore. Plauto ci ha fatto una commedia sopra. Se dall’Emilia ci spostiamo in Romagna, ecco che troviamo lo “sburone” o “sborone”, colui che si comporta in modo esuberante o arrogante, che si mette in mostra. L’etimologia è tanto eloquente quanto indecorosa: da “sbora”, lo sperma maschile. Lo sborone, metaforicamente parlando, asperge gli astanti con il suo liquido seminale. In tutti i campi ci sono gli sboroni. Per esempio, in fatto di musica, di musica blues, mi viene in mente Stevie Ray Vaughan, che suonava la chi...

Solo un’ultima cosa, poi la lascio andare...

Quando voglio vedere la tivù mi devo accontentare, giacché in questa casa di campagna l’antenna prende meno di dodici canali. La settimana scorsa ho visto Ben-Hur per due sere di fila. Il segnale si è interrotto a metà della corsa delle quadrighe. Vabbè, sappiamo chi vince. Mi capita spesso di guardare il tenente Colombo e Walker Texas Ranger. Ci ho riflettuto parecchio. È da mesi che vorrei scrivere qualcosa in proposito. Chiarisco. Ritengo che sia impossibile non scegliere da che parte stare. O stai con Colombo, o stai con Walker. Non c’è alternativa. Esprimono due visioni del mondo diametralmente opposte. Entrambi fanno rispettare la legge, va bene, combattono il crimine. Ma sono i modi che fanno la differenza. C’è un abisso. Walker ha sempre ragione. Non ha nessun dubbio in nessuna circostanza. Mai. Sa esattamente cosa deve fare, cosa deve dire, dove sta il bene e dove sta il male, in una visione dualistica e manichea della realtà. I cattivi sono cattivissimi, possono morire, anzi ...

Trecentosessantaquattro grazie

Oggi celebriamo quota 364 follower sulla pagina Instagram: www.instagram.com/seioavrei.blog/ ! 364 voci che arrivano da ogni angolo del mondo, 364 anime, 364 cuori uniti in un unico e meraviglioso battito. Un traguardo importante, una tappa storica, un confine inimmaginabile soltanto pochi mesi fa quando questa pagina non esisteva. Qualcosa di modestamente straordinario. Un numero persino difficile da concepire. Dietro questo numero ci sono persone, storie, volti, legami, emozioni, affetti, fiducia e funzioni dell’algoritmo. Ma soprattutto ci siete voi. Senza di voi nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. Grazie. 364 grazie. Perché seguite questa pagina, la sostenete e fate parte ogni giorno di una immensa community, un sogno divenuto realtà, che cresce vertiginosamente al ritmo di tre follower al giorno. Facendo un rapido calcolo, di questo passo raggiungeremo i follower di Cristiano Ronaldo fra meno di 614 mila anni. E poi li supereremo. E quel giorno, ve lo giuro, pubblicheremo...

Parole brutte e altre sconcezze

La lingua italiana è un universo pressoché infinito, come infinite sono le sue sfaccettature. Studiare il latino che diventa italiano è qualcosa di squisitamente darwiniano. La lingua è una bestia che si evolve. Le parole deboli restano indietro e soccombono. Quelle più adatte al contesto sopravvivono e si riproducono allegramente come dei fagiani a primavera. Qui tratteremo del fatto che esistono parole sgradevoli. Soprattutto quelle che si usano in contesti istituzionali. La burocrazia contraddice i dettami del darwinismo linguistico e riesce con ostinazione a mantenere in vita parole estremamente fastidiose. Un esempio: “attenzionare”. Madre mia. Nel perseguimento degli obiettivi strategici condivisi, si rende necessario attenzionare con la massima priorità le criticità emerse nel perimetro operativo di riferimento, al fine di ottimizzare i processi e garantire un efficace allineamento delle risorse coinvolte. Ci sono delle parole che vanno di moda adesso. So che la tentazione di us...

Sei solo un cane

I cani sono i maestri silenziosi di un’arte che gli umani cercano di padroneggiare da qualche millennio senza la minima possibilità di riuscirci. Vivere nel qui e ora. I cani non hanno bisogno di manuali tascabili e di tutorial, di applicazioni di mindfulness o di guru contemporanei. Non meditano coi vestiti bianchi di lino sotto gli alberi di fico. Semmai ci pisciano. Non si iscrivono in palestra al corso di basic training sulla respirazione autogena con lo sconto del trenta percento e l’attestato. Anzi. Vivere nel presente è l’unica opzione che hanno. Lo fanno con garbo, con dignitosa compostezza e ammirevole serietà. Nulla li tange, nulla li trattiene. Imperturbabilità. L’attimo prima è perduto, l’attimo dopo è fra mille anni, l’universo concepito nella sua interezza non è altro che una crocchetta di salmone e patate. La vita accade adesso. È in un odore, in una puzza, in un profumo. In un tovagliolo sporco di pizza con la salsiccia. Non ci sono momenti più importanti perché per i ...

Recensioni friabili

Nella sua casetta nel Decumano Ovest della Contea, Bilbo Baggins ha tanto tempo per dedicarsi alle sue passioni. In particolare la lettura, il giardinaggio, la cucina, fai da te, restauro mobili, puzzle, pesca, campeggio, collezione di francobolli, di monete antiche, tiro con l’arco, astronomia e apicoltura. [J.R.R. Tolkien, Lo hobby , 1937] Indiana Jones si presenta da un rinomato fisioterapista per cercare di risolvere un annoso problema alle ginocchia che gli procura noie e fastidi. Per quanto riguarda la gamba destra, sono lesionati entrambi i legamenti, crociato anteriore e posteriore. Quanto alla gamba sinistra, l’unico sano è il crociato anteriore. Il posteriore va preservato, anche se provoca dolore, gonfiore e difficoltà nella deambulazione. [Steven Spielberg, Indiana Jones e l’ultimo crociato , 1989] Kevin McCallister è un bambino di Chicago che parte con la sua famiglia per un viaggio a Parigi durante le vacanze di Natale. Visiteranno i monumenti più celebri, come la Tour Ei...

Però mi chiamo Ernesto

Ernesto è uno dei personaggi di questo blog. È morto fin dal primo capitolo della saga a lui dedicata. La sua storia non è altro che un grande flashback, come l’Odissea. Sappiamo che probabilmente lavorava al cementificio vicino alla diga e che ha fatto il Cammino di Santiago tre volte con il suo amico ragioniere. Sua madre diceva di lui che era una persona come tante altre. Il medico di base riferiva che i valori delle analisi erano nella norma. Riporto un estratto del dialogo che ebbe con la fidanzata ai tempi dell’università. «Ti sei accorto che stiamo insieme da cinque anni?» «Ma certo, amore. Perché?» «Come! Me lo chiedi pure?» «Non capisco.» «Siamo due estranei!» «A me non pare che...» «Allora sentiamo. Qual è il mio colore preferito?» «Amore, non credo che questi dettagli...» «Roberto, ma ti rendi conto?» «No, sinceramente non... Però mi chiamo Ernesto.» «Mi fai finire? Ti rendi conto che praticamente non ci conosciamo?» «Perché dici questo?» «Ma mi stai ascoltando? Ti ascolti?...

Recensioni fuorvianti

Un signore si presenta e tutti capiscono subito che si tratta di un barone. È palese. Lo capiscono appena lo vedono perché è ovvio e risulta da varie cose. Primo, come si veste. Indossa un completo sartoriale di taglio classico, colori sobri e discreti. Giacca con spalle ben definite e stemma della sua casata. Camicia con polsini doppi e gemelli d'oro. Cravatta di seta. Fazzoletto nel taschino. Bastone da passeggio e classico cappello a cilindro. Secondo, ostenta modi raffinati. Misura, calma e autocontrollo. Terzo. Si esprime con un linguaggio forbito, usa un tono di voce pacato. Attenzione per i dettagli. È un barone. La cosa è lampante. [da Italo Calvino, Il barone lampante , 1957] La Concettina e la Teresa sono vicine di casa e quando si prendono cura dei rispettivi giardini si trovano a chiacchierare piacevolmente del più e del meno. Amano le ortensie e le gardenie, e potano regolarmente la siepe. «Le vuoi un po’ di carote?» «Che carote?» «Le ho prese stamattina al mercato, so...

Delirio letterario

Un amore bovino. È una storia d’amore bovino, un capolavoro agreste della letteratura romantica, un manzo, ma che dico manzo, un romanzo, di più, un romanzone, di Alessandro Sposoni, I promessi manzi . Le vicende ruminanti di Giovanni sul prato. Giovanni, che fai sul prato? Giovanni! Giovanni, pascoli? Le avventure di Gertrude, una giovane giovenca, la monaca di manzo. Nota scottona. Una relazione muggente, un amore controfiletto, una storia brasata e sceltissima, la passione e la transumanza di una tenera e succulenta coppia di buoi. L’ambientazione è incerta. Quel ramo dei paesi tuoi. Del resto, si sa. Tira più un lago di Como che un carro di buoi. Davanti ai buoi. Riassunto conciso: provano a sposarsi, gli dice male, se ne vanno in barca, addio ai monti, i tumulti, la peste, si sposano. Una storia confusa. Guerra è pace. Un amore impossibile. Romeo è Giulietta. I poeti, da che mondo è mondo, fanno un po' come gli pare, scrivono su qualsiasi cosa, senza ritegno. Sull’amore, su Ul...

Il segreto della felicità

Il maestro zen vive in una grotta sulla montagna e riceve le persone. Mangia poco e conduce un’esistenza in armonia con la natura e con il creato. Non giudica nessuno. Il maestro zen è illuminato. È in grado di rispondere a tutte le domande. «Maestro, qual è il segreto della felicità?» «Ce l’hai un cane?» «No.» «Prenditi un cane.» Il maestro zen fa un respiro profondo. È seduto su un masso che ha la base ricoperta di muschio e di ciuffi d’erba. Indossa un abito logoro di stoffa leggera. «Maestro, perché proprio un cane?» «I cani sono il nostro legame con il paradiso. Non conoscono il male, né la gelosia, né la sconnettezza.» «Sconnettezza?» «Sì. Non si dice sconnettezza?» «Mai sentito.» «Allora è un errore di battitura. Forse è scontentezza. O scorrettezza. Comunque. Diciamo che non conoscono sia la scontentezza sia la scorrettezza. E, se è una cosa che esiste, anche la sconnettezza. Se no quest’ultima parte non la considerare.» «È una frase tua?» «No.» «Vabbè. Quindi che devo fare? Pr...